sabato 20 febbraio 2010

Lavoro autonomo o lavoro nero? Rari contratti, fantasiosi inquadramenti

La professione giornalistica va progressivamente “precarizzandosi”.

Sta accadendo ormai da anni. A parole tutti se ne sono resi conto, nei fatti pochi hanno cominciato a immaginare soluzioni per una situazione che rischia di avere conseguenze sempre più gravi dal punto di vista sociale e per la stessa qualità del lavoro giornalistico. Precariato, infatti, vuol dire meno tutele.

E meno tutele significa minori condizioni di libertà per esercitare una professione che sulla libertà dovrebbe basare la propria ragion d’essere. Ci si domanda anche quale futuro previdenziale e quale possibilità di sostenere le generazioni successive potranno avere persone che sono pagate pochi euro a pezzo. Il Sindacato dei giornalisti, a livello locale, regionale e nazionale è tra le poche realtà che hanno avviato un’azione per dar voce a quella parte del mondo giornalistico definita “dei free lance”, ma che certamente ritenere composta da “liberi professionisti” è una forzatura rispetto alla realtà dei fatti.

Siamo in presenza di tanti giovani, molti dei quali donne, in parte non ancora iscritti all’Ordine dei giornalisti che, di frequente, svolgono la professione in maniera continuativa fuori e dentro le redazioni, senza alcun contratto scritto, a volte con contratti anomali, irregolari, spesso con partita Iva imposta dal committente (anche se questo è l’unico datore di lavoro e non si è in presenza di più committenti: condizione, quest’ultima, che sarebbe la sola a giustificare davvero l’apertura di una partita Iva). Quando questi colleghi sono in possesso di un pezzo di carta, con il quale si motiva il rapporto di lavoro, vi si leggono le più varie definizioni: consulente, autore, programmista regista o assistente ai pro-grammi (se parliamo di Rai o di network radiotelevisivi), impiegato. Tutto questo priva gli interessati delle garanzie previdenziali e mutualistiche di cui avrebbero diritto e nello stesso tempo sottrae agli enti economici della categoria le loro contribuzioni. Il danno che subiscono Inpgi, Casagit e Fpcgi è evidente.

Ciò è la conseguenza di una progressiva e inarrestabile massificazione della categoria che consente agli editori di poter contare su una ampia offerta di forza lavoro quasi senza tutele, incapace di far valere quelle poche di cui dispone per mancanza di coesione, di forza sindacale e di sufficiente solidarietà da parte dei giornalisti con rapporto di lavoro stabile (questi ultimi, però, spesso travolti da altre problematiche, come dimostrano gli innumerevoli stati di crisi con relativa riduzione degli organici che hanno portato ormai a circa 30 accordi di crisi aziendale con 600 pre-pensionamenti). Circa mille nuovi professionisti vengono immessi ogni anno in un mercato del lavoro palesemente saturo (contratti di lavoro dipendente se ne stipulano circa 250 l’anno) e che dispone di una limitata copertura contrattuale. I due contratti giornalistici sottoscritti con la Fieg e con Aeranti-Corallo “coprono” solo una parte del lavoro giornalistico. Altri settori come, ad esempio, cooperative e periodici locali e minori faticano ad applicare i contratti sottoscritti dalla Federazione della stampa.

Molti cosiddetti free lance, pur occupandosi, spesso, dei settori fondamentali dei giornali, specie locali, come la politica, la cronaca nera e giudiziaria, l’economia, operano senza tutela, anche legale, da parte degli editori. In più – pur non nascondendoci le difficoltà delle rappresentanze sindacali aziendali – spesso, fiduciari e Comitati di redazione non si pongono il problema di tentare di tutelare, per quanto possibile, i collaboratori neppure basandosi sulle norme che pure nei contratti citati esistono, per quanto poche e insufficienti esse siano, a garanzia del lavoro autonomo. In sede nazionale e a livello regionale il Sindacato dei giornalisti ha deciso di accelerare il lavoro in questo ambito (verrebbe da dire di disboscare questa giungla), all’indomani dell’intesa con la Fieg che ha portato al rinnovo del contratto principale e in vista di quella che appare l’imminente conclusione del rinnovo contrattuale con gli editori delle radio e delle televisioni di ambito locale.

In Emilia-Romagna (come sta accadendo in Lazio, Umbria, Lombardia, Veneto, Piemonte, Friuli-Venezia Giulia, Abruzzo, Sicilia, Sardegna, Toscana e Campania) si sono svolte assemblee di quel vario e spesso confuso mondo del giornalismo che comprende precari, lavoratori in nero, veri e rari liberi professionisti con l’obiettivo di costituire Coordinamenti regionali che afferiscano ad un organismo nazionale, nell’ambito della Fnsi, che si occupi in specifico di questo settore. Nella nostra regione si sono svolte assemblee a Piacenza, Parma, Bologna e Ferrara. Si spera che altre se ne svolgeranno e che un numero ampio di non contrattualizzati possa essere coinvolto in questo lavoro, il cui obiettivo è quello di dar loro voce nelle trattative sindacali e costruire un solido punto di riferimento per affrontare e, se possibile risolvere, i problemi quotidiani che questa massa di colleghi si trova a dover affrontare.

Giovanni Rossi

Segretario generale aggiunto Fnsi

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